domenica 29 dicembre 2013

Alessandro Petri il Primo dei Primi cittadini di Viareggio.

Un esempio da seguire.




Alessandro Petri, detto Sandrino, nasce a Viareggio il 21/2/1893, da Cesare Petri e Antonietta Baroni.
Si diploma al Politecnico di Lucca.
Giovane militare, non ancora ventenne, viene mandato in Libia durante la guerra coloniale del 1911. E’nel corso di quella guerra che viene decorato con la medaglia di bronzo. Trascorrono solo pochi anni, prima che venga inviato nuovamente al fronte; si tratta della grande guerra del 1915/18.
A causa del suo parlare schietto e del suo carattere ribelle ad ogni imposizione, viene incarcerato e portato ai Piombi di Venezia.
Al processo viene assolto grazie all’ intervento in suo favore di un giudice massone, che venuto a coscienza delle sue qualità di intelligenza e rettitudine spera, che entri a far parte della massoneria. Il giovane Sandrino rifiuta, pur ringraziando per l’ interessamento.
Si avvicina al Partito Socialista e nel 1921 partecipa al congresso nazionale socialista, al teatro Goldoni di Livorno. Al canto dell’Internazionale una parte dei delegati si dirige a piedi verso il teatro San Marco, dove verrà costituito il primo Partito Comunista Italiano. Tra quei delegati c’è anche Sandrino, che da lì in poi lavorerà attivamente all’affermazione del Partito, in anni in cui il Partito Nazionale Fascista di Mussolini era già al potere.
Anni duri quelli, per chi come lui non approvava fascismo e fascisti.
Lavorava a Viareggio come impiegato alla EDISON, con estrema serietà e disponibilità. Grazie a queste sue doti era molto conosciuto e benvoluto dalla cittadinanza; senza dubbio la sua adesione alle fila fasciste avrebbe favorito non poco l’immagine del Partito Fascista a Viareggio, dove l’ostilità, soprattutto nell’ambiente del porto, tra i calafati, i naviganti e i portuali creava problemi ai gerarchi locali. E’ risaputo che il duce non é mai “sbarcato” a Viareggio, preferendo mandare i suoi vari gerarchi, consapevole che qui non avrebbe trovato le folle osannanti a cui era avvezzo. Nonostante le pressioni subite perché aderisse alla formazione fascista, assume fin dall’inizio una posizione di totale rifiuto. Numerosi sono gli episodi che testimoniano la forza di quel rifiuto.
Benché lui godesse in qualche modo di una sorta di “rispetto” da parte dei fascisti locali, doveva comunque assistere alle regolari azioni punitive che spesso colpivano compagni e amici. Un giorno prende l’iniziativa: va alla Casa del Fascio e chiede di parlare col Federale. Forse fiducioso che Sandrino si sia finalmente deciso a capitolare e prendere la tessera, il Federale l’accoglie nel suo ufficio. Sandrino si chiude dentro con lui, posa la rivoltella sul tavolino e gli dice chiaro e tondo: “Se a me o qualcuno dei miei amici succede qualcosa io vengo diretto da te”. Che ci sarebbe andato in compagnia della rivoltella è sottinteso.
Non prenderà mai la tessera del Partito Nazionale Fascista.
Nell’ottobre del 1941 si sposa con Lusitania Mariani e nel 1943 nasce il primo figlio, Raffaello Michele. “La Lusy”, donna d’altri tempi, gli sarà accanto in silenzio, spesso senza sapere quanto effettivamente il marito fosse coinvolto nei cambiamenti storici che li stavano travolgendo. Un episodio emblematico rispetto a questo modo “antico” di stare accanto al proprio uomo: una volta Sandrino arriva a casa con un amico, uno sconosciuto per la Lusy. “Ce l’hai ancora le fasce della Zi’ Ro’’?” (La zia della Lusy, morta anni prima). Alla risposta affermativa della moglie se le fa dare, le consegna all’amico, che in silenzio se ne va. La moglie chiede, è curiosa di sapere per chi siano le bende, a chi servano. Sandrino risponde e non risponde, con un “non ti preoccupare….”. Tanto basta, Lusy non chiederà più a cosa fossero servite le bende della Zi’ Ro’.
Pare che proprio la notte in cui nasce Raffaello, nel salotto della casa in Via Matteotti si sia tenuta una delle tante riunioni del Partito Comunista Clandestino. Molti dei partecipanti a quelle riunioni si ritroveranno di lì a breve in montagna, a organizzare la Resistenza, a combattere contro l’invasore tedesco.
Siamo ormai in piena seconda guerra mondiale e dietro al precipitare degli eventi e le insistenze della moglie, Sandrino decide di “sfollare ”, e trova ospitalità in una casa a Massaciuccoli
Sapendo la moglie e il figlio più al sicuro, si dedica quasi totalmente alla militanza nel Partito Comunista clandestino e nel Comitato di Liberazione Nazionale di Viareggio.
Ogni giorno, in bicicletta, raggiunge Viareggio “per controllare che a casa sia tutto a posto ” dice alla moglie. Indubbiamente questa visite giornaliere hanno un ruolo fondamentale nell’organizzazione della Resistenza e la costruzione di una struttura di governo futuro che gestisca almeno i primi tempi dopo la liberazione.
E’ il settembre 1944, i tedeschi sono in fuga e rastrellano le campagne dove sono rifugiati donne, vecchi e bambini; gli uomini sono tutti in montagna a combattere per la libertà dei loro figli, per assicurare loro ancora uno straccio di futuro, alla fine di quell’ assurda guerra - e quale non lo è ? –scatenata dalla follia nazifascista.
Le donne si occupano dei figli, di rimediare da mangiare, ma spesso sono staffette, portano messaggi ai partigiani da un paese all’altro, alla montagna. Anche Sandrino si sposta in bicicletta, una volta viene intercettato da una pattuglia di tedeschi che cerca di fermarlo. Di solito si ferma, ma questa volta ha con sé roba compromettente, scappa, pedala come un forsennato giù per le piane, con i tedeschi che gli sparano alle spalle. Lui sempre una piana sotto. Ce la fa, si salva grazie a una piana.
Un’altra volta, durante un rastrellamento tedesco, si mette a letto e si fa disinfettare dalla moglie, con la tintura di iodio, una vecchia cicatrice allo stomaco. Un soldato tedesco si affaccia, sente l’odore forte del medicinale e vede un uomo in un letto. Si ritrae schifato: ”Tutti malati questi italiani….”. Se ne va.
I tedeschi sono allo sbaraglio, scappano e sulla via della fuga rastrellano, uccidono. E’ l’estate del ’44, arrivano le notizie dell’eccidio di S.Anna di Stazzema. Ma ormai per la Versilia la guerra è finita, Viareggio è liberata e si torna a casa.Sandrino viene designato Sindaco dal CNL provvisorio perché inizi a riorganizzare il comune,ma la nomina viene rifiutata dal Governatore militare alleato Waldron. Fu quindi nominato l’avv.Ciompi che governerà la città fino alle prime elezioni libere che ebbero luogo nel marzo 1946. Uno dei primi comizi per quella prima campagna elettorale lo fa davanti al Bar Così Com’è in Via Machiavelli. In occasione delle elezioni comunali Sandrino vede riconfermata dai suoi concittadini, che lo eleggono con una valanga di preferenze, la fiducia accordatagli inizialmente dai dirigenti del CLN provvisorio. E’ il primo sindaco comunista di Viareggio.
La città è distrutta, gli uomini non hanno lavoro, bisogna ricostruire prima di tutto la fiducia della gente. Sandrino, come sindaco s’impegna anima e corpo nella ricostruzione, deve dare lavoro a quelle centinaia di uomini, di famiglie che devono ripartire. E’ con quella volontà che dà inizio ai lavori di costruzione del Vialone, in Darsena, dove vengono portate le macerie dei bombardamenti. Per pagare i primi stipendi dei lavoratori, si fa dare un prestito dalle banche dando come garanzia la sua casa, in attesa di ricevere i soldi destinati al comune dal Governo di Roma.
Nonostante la responsabilità della carica istituzionale rimane vicino alle classi sociali meno abbienti, non dimentica amici e compagni. Lavora con serietà e dedizione, segue personalmente i lavori dentro e fuori dal comune. Crede fin dall’inizio all’importanza del suo lavoro per la costruzione della democrazia, per l’affermazione di quella libertà per la quale tanti uomini e donne avevano lottato ed erano morti. Rimanendo il Sandrino di sempre, che gira in bicicletta, parla con la gente, conosce tutti. Rispettato anche dai politici di partiti contrapposti al suo, ad esempio Maria Eletta Martini, per la sua serietà e onestà umana e politica,
Sarà iscritto al PCI e siederà in Consiglio Comunale per il suo Partito fino alla morte, a novant’anni. Alla sua morte, avvenuta a Viareggio il 26 febbraio 1983, numerose saranno le testimonianze d’affetto e amicizia dei viareggini.
Sono passati tanti anni da allora, ma chi l’ha conosciuto, chi ne ha sentito raccontare, lo ricorda come un grande uomo, pronto a mettere l’interesse della collettività avanti a quello personale.
Un uomo “come ce ne vorrebbero tanti oggi”.

A cura dell’Associazione
“Alessandro Petri”

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